Giannozzo Pucci, Fred Pearce: L'Ecologist italiano, rivista, n.1, 2004,

Ed. Libreria Editrice Fiorentina


 

 

 

 

L'Ecologist  italiano

di Giannozzo Pucci

 


   Prima rivista ecologista in ordine di tempo, l'Ecologist è oggi l'unica al mondo pubblicata in più lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo) e con sette diverse redazioni in altrettanti paesi: Inghilterra, India, Nuova Zelanda, Francia, Spagna, Brasile, Libano. Ogni redazione è totalmente autonoma e de- cide la periodicità, il formato, gli articoli, la grafica, la distribuzione, l'eventuale pubblicità, ma tutte possono attingere liberamente al lavoro delle riviste sorel- le, ciascuna delle quali mescola a suo modo le parti internazionali con quelle locali.

   L'Ecologist italiano esce come libro-rivista monografica con un'attenzione par- particolare, anche attraverso ricerche scientifiche, a raccogliere e diffondere co- noscenze utili ad una politica di medicazione delle piaghe della società e della natura.

    La pubblicazione dell'Ecologist porta in Italia una visione finora emarginata nel nostro dibattito sull'ambiente, quella che si basa su un'idea di natura vicina alle religioni tradizionali e ai popoli indigeni. Un giorno, incontrandolo per la strada, il prof. Paolo Grossi, famoso giurista di diritti collettivi e usi civici (quelli violati con le privatizzazioni delle acque e coi brevetti sugli organismi viventi), buttò là questa frase: «Attenzione: la natura degli usi civici è quella della rivelazione». Fu come se si spalancasse una finestra, capii la difficoltà di cambiare i comportamenti finché si resta imprigionati in una concezione scien- tifica della natura. Tutte le religioni, dalle rivelate alle naturali, come quelle degli indiani d'America o degli aborigeni australiani, hanno una fondamentale riverenza per la creazione come messaggio spirituale.

   Per la tradizione cattolica la natura, come concepita dalla rivelazione, ha una funzione morale di guida alle buone opere perciò non può essere soppiantata da un ambiente artificiale inventato dagli "esperti". Il messaggio di fraternità lanciato dal Vangelo e obbedito sine glossa da san Francesco comprende nel- l'uomo anche la natura creata attraverso il Figlio, fulcro della fede cristiana.
   La cultura scientifica, instauratasi in Occidente dal Seicento in poi e che oggi occupa gran parte del pensiero della destra, della sinistra e del mondo cattolico, non vede nella natura un senso morale ma solo un complesso di leggi, sempre in discussione per scoprirne nuove, la cui decodificazione è finalizzata all'uti-lità materiale. La natura intesa così solo come materia prima e risorsa per lo sviluppo economico è oggetto di trasformazione per un uso strumentale più o meno breve e la sua destinazione ultima è quella di rifiuto.

   L'Ecologist italiano si colloca nel percorso di riscoperta dell'etica tradizionale, terreno comune fra tutti i popoli del mondo, per cui il bene compiuto nel mi- crocosmo ha importanti riflessi nel macrocosmo e aiuta a rispondere alle grandi domande dell'anima umana.

   Questo primo volume monografico affronta un tema, quello del cambiamen- to climatico, che insieme è apoteosi e crisi della scienza. Le grandi emissioni artificiali di gas serra sono state rese possibili dalle scoperte scientifico tecnolo- giche che hanno portato molto benessere in una minoranza di paesi. La crisi climatica che ne deriva, per essere valutata nella sua gravità globale, ha biso- gno di analisi scientifiche che sfuggono al buon senso. Eppure questo peso del- la scienza si riduce a ben poco quando si tratta di motivare e avviare le soluzio-

ni, tutte fondate su decisioni umane e sulle virtù tradizionali che sole le pos- sono animare.
   L'Ecologist, pur essendo laico, crede nella libertà per tutti di professare aperta-mente la propria fede nella comune identità di appartenenti e custodi della Ter-ra. Questa appartenenza, davanti alla crisi ecologica in atto, può anche ispirare il superamento dei conflitti religiosi con una sfida etica alla fraternità e alla ve- nerazione della terra. Mai l'umanità è rimasta ferma, il bisogno di tornare alla purezza originale ci ha sempre tenuti in movimento, ma un miglioramento delle condizioni di vita nel rispetto della creazione è altra cosa da un progresso so- stitutivo di ogni natura e fede che ha prodotto miseria da una parte e degrado per ingiusta ricchezza dall'altra.

   L'Italia, negli anni 1950 e '60, poteva prendere un'altra strada rispetto a quel- la del consumismo e dello spreco che adesso la caratterizza e che ha devastato l'unità delle famiglie, la salute pubblica, le campagne, le città, i mestieri tradi- zionali di custodia della Terra e di trasformazione dei suoi prodotti. Ma oggi, se saprà cambiare strada prima di altri, impegnandosi in quella autonomia alimen- tare ed energetica che è stata tabù per così tanto tempo, potrà svolgere il suo specifico compito storico di mediatrice fra i popoli.

   Un'economia che distrugge la natura e produce miseria non ha nulla a che vedere con la civiltà, anche se viaggia in auto sportive e aerei supersonici, ma è pura barbarie.
   L'uomo moderno, anche con l'automobile, continua ad avere due gambe co- me l'uomo di sempre e in questo mai cambierà; l'invito a riconsiderare il passa- to ha lo scopo di migliorare la civiltà, rifondandola su realtà umane perenni che riducano le ingiustizie e facciano emergere un compito storico degno dei sacri- fici di questa e delle prossime generazioni. Tale compito consiste nel trasfor- mare la società occidentale da cancro della terra a custode della moltiplicazio- ne delle forme di vita.

   Questo compito straordinario, eticamente radicato, è parte non secondaria di ogni religiosità. L'incoerenza italiana tra proclami ecologici e pratiche di vita devastanti è una regressione spirituale e civile che può e deve essere superata.
   Certo questo primo libro contiene molte profezie di sventura, del resto non fu la profezia di sventura di Giona a convertire la città di Ninive? Al di là delle tinte fosche esistono anche dei forti segni di un'opera possibile, di un cambia- mento di pensiero e azione alla portata di tutti: nell'economia, nella politica, nella vita familiare e personale. Contribuire a quest'opera costruttiva è scopo specifico dell'Ecologist italiano.


 

 

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Dal 1970 sempre in anticipo sui tempi

di Fred Pearce

 

   In un mondo dove l'ecologia viene banalizzata - come se bastasse spengere la luce e riciclare lattine - The Ecologist, nei suoi 34 anni di vita, è sempre riuscito ad offrire una visione molto vasta.
   II fondatore, editore e a volte redattore è Edward, cioè Teddy Goldsmith: «Negli anni Sessanta cominciai a rendermi conto che la sopravvivenza dei po- poli "primitivi" e della natura erano questioni inscindibili. Mi accorsi che il problema alla radice era lo sviluppo economico. Così decisi di fondare una ri- vista per esplorare queste tematiche».
   Goldsmith lanciò The Ecologist nel 1970, pochi anni dopo la pubblicazione dell'opera fondamentale di Rachel Carson, Primavera Silenziosa. Robert Allen vi scriveva articoli sugli Eschimesi e il boom del petrolio in Alaska, preveden- do.vent'anni prima il disastro ambientale della Exxon Valdez. Si parlava di so- sostanze tossiche in articoli sull'uso dei farmaci per gli animali allevati indu- strialmente e di radiazioni rilasciate nell'atmosfera, mettendo in guardia dal pericolo di un disastro del tipo di Chernobyl.
   La rivista fece subito scalpore. Nel giro di pochi mesi uscì un numero dal ti- tolo Manuale per la sopravvivenza, scritto da Goldsmith e Allen, che fu poi pub- blicato come libro e tradotto in 17 lingue. Grazie ai soldi di questo successo, l'Ecologist, che invece vendeva poco, riuscì a sopravvivere.
   Il Manuale proponeva la formazione di un Movimento che portò direttamen- direttamente alla costituzione in Gran Bretagna del "People's Party" (Partito del Popolo) poi ribattezzato "Ecology Party" e successivamente "Green Par- ty".
   La prova del fuoco per ogni rivista con un messaggio di forte cambiamento culturale e sociale non è la sua purezza ideologica, ma il fatto che riesca a di- ventare un luogo in cui nuove idee prendono forma e fioriscono, e successiva- mente, quando viene il momento di crisi, se riesce a rinnovarsi. The Ecologist  ha avuto per questi aspetti un successo spettacolare.
   Graham Searle, fondatore degli Amici della Terra in Gran Bretagna, ha affer- mato che i primi numeri «già contenevano tutti i temi diventati di pubblica at- tualità venti anni dopo». Negli anni Settanta la rivista era piena di idee che gli Amici della Terra e Greenpeace avrebbero sposato solo negli anni Novanta.
   Per molti giornalisti ambientali, rovistare tra i vecchi numeri dell'Ecologist è un'esperienza salutare. Il cambiamento climatico, la distruzione delle foreste pluviali, le modificazioni genetiche, l'energia nucleare, le conseguenze deva- stanti delle grandi dighe, l'apparente impossibilità di riformare la Banca Mon- diale sono argomenti che l'Ecologist ha esplorato in lungo e in largo molto prima che i movimenti ecologisti li scoprissero. L'Ecologist parlava di cambiamento climatico ai tempi delle siccità in Africa, a metà degli anni Settanta, almeno 10 anni prima che diventasse di dominio pubblico.
   Il mondo si è reso conto del dramma delle foreste pluviali alla fine degli anni Ottanta, ma l'Ecologist già nel 1982 pubblicò un numero speciale intitolato «Chi distrugge la foresta pluviale - i contadini o i profitti?». Non solo era riuscito a i- dentificare un problema chiave a livello mondiale, ma aveva anche centrato u- no dei suoi principali dilemmi.
   Per molti anni le dighe erano piaciute agli ambientalisti, sembravano templi di energia pulita e rinnovabile, fornivano acqua per "rinverdire i deserti". Que- sto fino al 1980 quando Goldsmith venne a conoscenza del piano che preve- deva di inondare le valli dello Sri Lanka con un sistema di dighe chiamato "progetto Mahaweli"e rimase sconcertato dalla follia distruttiva del piano. Nei successivi quattro anni, Goldsmith e Hildyard commissionarono una straordi- naria serie di articoli da tutto il mondo sugli impatti sociali e ambientali delle grandi dighe. Ne emerse un quadro che pochi avevano sospettato: le dighe nel- la maggior parte dei casi utilizzano il potere dello stato per rubare la ricchezza ecologica dei fiumi alle comunità povere e rurali e redistribuirla agli abitanti più ricchi delle città. Gli scienziati dimostrarono l'entità della distruzione ambien- tale che colpiva la vita di milioni di persone, con la diffusione di malattie, la corruzione e le promesse non mantenute degli ingegneri.
   Goldsmith e Hildyard hanno spiegato tutto ciò in un libro pubblicato nel 1985 e diventato il testo base del movimento mondiale di opposizione alle grandi dighe. Come dice Phil Williams, un idrologo californiano: «Le dighe tra- sformano la vita sociale di un paese, distruggendo le culture indigene e tradi- zionali e accelerando il passaggio ad un'economia di mercato imperniata sulla città».
   L'Ecologist ha fatto grandi cose anche in campo economico: «Abbiamo denun- ciato la falsità del basso costo del nucleare e anticipato di otto anni le analisi della City».
   L'Ecologist ha smascherato la stessa Banca Mondiale. Molti gruppi ambien- talisti e progressisti, ansiosi di non passare da nemici dello sviluppo economi- co nei paesi poveri, hanno tentato per anni di convincere la Banca ad applicare metodi "più verdi". The Ecologist, non avendo niente da spartire con i program- mi di sviluppo, ha rotto il consenso economico del dopoguerra con la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale, Bretton Woods, il Piano Mar- shall e tutto il resto molto prima dei verdi.
   «Lo sviluppo sarà pure pensato per combattere la povertà - scrisse Gold- smith - ma in pratica produce povertà. La causa principale della povertà oggi è il degrado ambientale causato dallo sviluppo economico. La maggior parte del- le persone che vivono nei grandi quartieri poveri e nelle baraccopoli sono rifu- giati dello sviluppo».
   Solo in occasione della conferenza della Organizzazione Mondiale del Com- mercio a Seattle del 1999, molti ambientalisti hanno cominciato a condividere questo punto di vista..
   La rivista, in una lettera aperta al presidente della Banca Mondiale Barber Conable, nel 1987, tuonava: «Più della metà degli abitanti del terzo mondo vive al di fuori dei sistemi di mercato. Non siete e non sarete mai in grado di aiutare queste persone. Tutto quello che potete fare è impoverirli ulteriormen- te finanziando progetti che rubano le loro risorse naturali, come foreste, terre fertili e acque incontaminate».
   E non si trattava soltanto della Banca Mondiale: la globalizzazione stava e- mergendo come il vero "bersaglio" dell'Ecologist. E i movimenti contro la glo- balizzazione aiutarono la rivista a dire che gli argomenti dei verdi erano falsi. Alcuni, per esempio, erano stati "sedotti" dal consumismo verde alla fine degli anni Ottanta, The Ecologist non voleva avere niente a che fare con questo.
   Alcuni pensano che la ricerca, da parte di Goldsmith, di una "etica" ecologi- ca a volte sia stata d'intralcio nelle campagne ambientali. Bunyard, un collabo- ratore dell'Ecologist, scrive: «Teddy vede un'architettura e uno scopo nell'uni- verso, lo scopo delle parti è sostenere il tutto. Da qui la necessità di una fami- glia stabile per sostentare la comunità e della comunità come sostegno per l'ambiente del quale fa parte. Un tale modo di pensare turba i post-moderni che intorbidano le acque con il loro relativismo culturale».

 

 

 

ottobre 2004