Quale strategia contro la disoccupazione? 

di Giovanni Mazzetti

 

 

 

 

Il dato è chiaro, una persona in età lavorativa su dieci è in Italia ufficialmente disoccupata. Il quadro risulta poi ben più grave se si tiene conto di chi è stato costretto ad andare anticipatamente in pensione e di chi non si presenta sul mercato del lavoro perché sfiduciato. E' del tutto normale, quindi, che da più parti si solleciti una «politica attiva del lavoro». Di fronte ad un problema, che cosa c’è di più sensato infatti del «darsi da fare». Questo modo di procedere, spontaneo e naturale, nasconde però un trabocchetto del quale è bene essere consapevoli. 

Definendo la politica che si evoca puramente e semplicemente come «attiva» si finisce con l’introdurre, senza volerlo, una spiegazione della disoccupazione niente affatto convincente. Essa è sintetizzata nel vecchio ritornello, che molti a sinistra ripetono ancora meccanicamente, secondo il  quale il persistere della disoccupazione sarebbe dovuto «all’assenza di una volontà politica di adottare soluzioni che esistono». Questo approccio tende evidentemente a confondere l’effetto con la causa e ad indicare come determinante ciò che in realtà è deter- minato. Sarà bene spiegarsi.

  Si rimprovera ad esempio alle imprese di trattare il lavoro che si dimostra su- perfluo come esuberanza, ma di non darsi da fare per la «ricerca di un suo reim- piego» dopo che è stata espulso. Senonché questo rimprovero è frutto di una palese confusione nella quale l’operare di un insieme di forze oggettive viene interpretato, semplicisticamente, come mera manifestazione di una volontà, cioè solo soggettivamente. La ritrasformazione del lavoro via via reso super- fluo dall’aumento della produttività in nuovo lavoro è, piuttosto, uno degli o- biettivi centrali di qualsiasi impresa che operi in maniera coerentemente capita- listica. Attraverso questo reimpiego ha infatti luogo l’accumulazione di capita- le, e quindi per definizione le imprese vogliono porlo in essere, cioè si costitui- scono come agenti sociali proprio attorno a questo scopo. Se c’è un «paradiso» delle imprese questo è dato da una situazione nella quale la disoccupazione non esiste: ciò che costituirebbe la riprova della bontà e dell’efficacia del rap- porto capitalistico.

L’idea che le imprese vogliano distruggere lavoro equivale dunque a sostene- re che esse vogliono eliminare se stesse, ciò che costituirebbe un non senso. Se le imprese finiscono con il considerare il lavoro umano, oltre che come forma della ricchezza, anche come un residuo, e questo secondo aspetto prevale, è perché si trovano in difficoltà nel riprodurre se stesse

Vale a dire che esse non possono coerentemente trasformare quel lavoro nel- l’unica forma di ricchezza che conoscono, il capitale. Se ci si limita a sostenere che esse debbono ciononostante procedere a questa trasformazione, senza for- nire alcuna indicazione concreta di come esse possano farlo, ci si limita ad es- primere un pio desiderio, che servirà senz’altro a consolare chi lo formula, ma non farà spostare il problema della disoccupazione di un solo millimetro.

I più diranno: passi pure per le imprese, che non possono andare contro la loro stessa «natura», ma il governo? Perché non esigere un’attività del governo, visto che il suo scopo non è il capitale e non deve quindi sottostare agli stessi vincoli delle imprese. La risposta dovrebbe essere altrettanto evidente. L'attua- le crisi occupazionale, che trascende enormemente i confini del nostro paese, è proprio una crisi delle forme dell’intervento pubblico sul mercato del lavoro. Anzi è questa crisi che determina la crisi delle imprese perché toglie loro il so- stegno sul quale ha poggiato lo sviluppo dell’ultimo mezzo secolo. Anche qui, procedendo nell’applicazione delle politiche keynesiane su scala allargata, ci si è infine scontrati con un limite. Conseguentemente i governi, al pari delle im- prese, non sanno più «come» essere attivi. Le forme particolari di attività che di volta in volta introducono non sono più sostenute da una coerente teoria, co- me invece è accaduto nel periodo 1930/1970. Il piatto pragmatismo che le sot- tende si riflette nell’incidenza marginale che esse hanno nel mutare lo stato delle cose.

Questo è il dato, di fatto da cui partire. Se si inverte l’ordine del discorso e si mette il «dovere» prima del «potere» si ragiona in termini etici, là dove occorre innanzi tutto procedere in modo analitico. Ma così ci si illude di avere un grado di libertà che nella realtà potrebbe essere completamente assente e si fa politi- ca né più né meno di come si va in chiesa a pregare.

Qual è l’elemento di debolezza che accomuna tutte le richieste di una politica attiva del lavoro? Il loro rifiutare a priori, spesso visceralmente, l’eventualità che possa essere impossibile creare nuovo lavoro. Questo rifiuto deriva da un errore di fondo consistente nell’identificazione della particolare attività produt- tiva che domina nella nostra epoca - il lavoro salariato - con l’attività produtti- va in generale. Una volta che interviene questa identificazione le possibilità dello sviluppo, di qualsiasi sviluppo, coincidono immediatamente con la possi- bilità di espandere l’occupazione e tutto può essere ridotto ad un semplice «darsi da fare». Chi non si batte per «creare lavoro» viene allora considerato come un oppositore dello sviluppo, uno che vuole mantenere lo stato di cose esistente.

Quando non si ricorre a questa semplificazione e si mantiene fermo che il rap- porto di lavoro salariato non è né la forma assoluta ed unica della produzione, né necessariamente l’ultima, le cose sembrano meno semplici, ma almeno ci si può avvicinare al problema della disoccupazione senza mediazioni ideologiche ed in maniera non mistica. Ci si può allora coerentemente interrogare sul per- ché le imprese e lo stato potrebbero non essere in grado di espandere ulterior- mente il lavoro in maniera significativa. In genere questo interrogativo viene eluso a causa di una ragione relativamente semplice. Poiché si identifica la pro- duzione, qualsiasi produzione, con il lavoro salariato si può verificare se l’e- spansione del lavoro possa essere preclusa solo se si tende ad immaginare una situazione nella quale i bisogni sono pienamente soddisfatti. Ma nella realtà una simile esperienza non interviene. Allora si conclude che, se c’è lo spazio per u- na attività diretta a soddisfare i bisogni, si può e si deve creare «questo» lavoro.

In tal modo si ipotizza però surrettiziamente che il lavoro - il lavoro salaria- to - sia in grado di soddisfare qualsiasi bisogno, e cioè che sia un’attività pro- duttiva che non è caratterizzata da alcuna limitazione sociale. Altrimenti biso- gnerebbe verificare se molti dei bisogni che hanno preso corpo nel corso degli ultimi decenni, grazie anche all’enorme espansione della ricchezza che è stata resa possibile dalle politiche del pieno impiego sin qui seguite, siano bisogni che possono essere soddisfatti attraverso il rapporto di denaro solo in modo contraddittorio, ciò che farebbe presto o tardi emergere una difficoltà nello stesso processo di creazione di nuovo lavoro. In tal caso il sussistere di una moltitudine di bisogni insoddisfatti da una parte e di una massa di disoccupati dall'altra, non costituirebbe di per sé prova della possibilità di espandere ulte- riormente il lavoro, anche se implicherebbe senz’altro la possibilità di espande- re altre attività produttive, ovviamente dopo averne creato le condizioni socia- li.

Sulla carta tutto ciò sembra abbastanza lineare, ma nella vita diventa maledet- tamente complicato. Il procedere a questa verifica corrisponde infatti al met- tere in discussione la forma di produzione sulla quale la vita sociale poggia e, come l’esperienza storica ci insegna, questo è uno dei processi più travagliati e più difficili. Proprio la rigidità sociale che contraddistingue il nostro normale modo di essere fa sì che per realizzare il cambiamento siano quasi sempre ne- cessarie molte generazioni, perché solo con la morte la maggior parte degli uo- mini riesce a sbarazzarsi dei modi di esperienza che non corrispondono alla si- tuazione nella quale il loro stesso sviluppo li ha infine condotti. Non è questa la sede per analizzare a fondo i molti cambiamenti necessari per intraprendere questa via dello sviluppo. Ci limiteremo soltanto a far cenno a quello che ci sembra essere il più importante e preliminare. Ci riferiamo alla necessità di prendere atto del bisogno di una generale redistribuzione del lavoro attuata mediante la riduzione del tempo individuale di lavoro e accompagnata dalla eliminazione dei molti lavori inutili esistenti nella società. Un compito che per essere coerentemente impostato richiederà un’intera generazione e profondi ca- povolgimenti sociali. Affinché questo obiettivo divenga un obiettivo social- mente condiviso occorre infatti che siano percepibili i limiti propri del rapporto di lavoro salariato, ciò che a sua volta implica un’approfondita analisi critica della forma della ricchezza e della forma dell’individualità che ad esso corri- spondono. Attualmente le cose sono maledettamente ingarbugliate perché il la- voro salariato non è solo il costo che gli individui debbono sopportare per ri- produrre se stessi, ma anche il mezzo di questa riproduzione. Vale a dire che nessuno può negare il valore del proprio lavoro senza mettere con ciò stesso in discussione le proprie possibilità di sopravvivenza, e cioè il suo stesso modo di esistere come individuo sociale. 

Ma la difficoltà di creare lavoro rappresenta per la società nel suo insieme proprio la misura del fatto che la riproduzione sociale dipende meno dal lavoro, perché lo stato generale della scienza e la sua applicazione alla produzione hanno de- terminato una situazione di libertà che non investe più solo una ristretta casta dominante, come è accaduto in tutte le epoche storiche trascorse, bensì la so- cietà nel suo complesso. L’individuo singolo non potrà prendere atto di ciò se e fintanto che si rapporterà al suo stesso mondo sociale riproducendo il fraziona- mento e l’opposizione reciproca sui quali la sua vita sociale poggia, e cioè cer- cando di riprodurre su scala allargata il suo rapporto di lavoro salariato. Sen- tendosi appagato dal suo essere merce, egli sarà preoccupato solo delle diffi- coltà di vendita che potrà incontrare ed evocherà una politica attiva del lavoro per vedere crescere le possibilità di sbocco della merce di cui è proprietario. Nell’instaurarsi della vendita sta il pieno realizzarsi della sua libertà.

L’accettazione dell’obiettivo della redistribuzione del lavoro, se non è ridot- to, come in taluni accade a mera operazione algebrica, piattamente pragmatica, è lo spartiacque tra l’emergere dell’individuo sociale, tra l’individuo che sta rinunciando alla veste sociale di merce e rivendica una coerente relazione con la dinamica complessiva della società di cui è parte, e l’individuo ancora ripie- gato su se stesso, il quale misticamente crede nel capitale più di quanto il capi- tale non creda in se stesso.

 

 

 

 

ottobre 1993